"Le foglie volano"

di Massimo Fabbroni, 23-7-2009, Tutti i Diritti Riservati.

Questa storia si svolge nei comuni di Pontassieve (FI), Rufina (FI), Vicchio (FI).

Tratto da "La Nuova Resistenza", numero unico del 13 marzo 1955, Dicomano (FI).

Febbraio 1944.
Quel giorno la neve cadeva su tutto il Monte Giovi. L'accampamento che avevamo nascosto fra i pini ed i quercioli del poggio "Gaicoli" era sparito sotto quel pungente lenzuolo di neve. Anche giù nella piana della Val di Sieve e la provinciale sulla quale passavano veloci le macchine tedesche, che i nostri occhi seguivano con insistenza.

Eravamo accoccolati attorno ad un grande fuoco ed ascoltavamo "Ugo" il compagno commissario, che rimproverava un po' tutti perché troppo spesso avevamo fatto delle capatine ad Acone, alla vicina borgata. Vi andavamo volentieri: là, trovavamo gente che ci accoglieva con entusiasmo e potevamo ragionare con le ragazze. Si era giovani e non erano mai bastanti le prediche dirette a farcelo dimenticare. Ed "Ugo" lo sapeva e redarguiva il Comandante perché non metteva delle punizioni.

Di questo parlavamo, mentre la neve cadeva e le nostre tende non erano altro che cumuli più alti, e la grossa caldaia bolliva colma di patate. Poi la sentinella chiamò il Comandante e fu silenzio, attesa.

Il compagno si avvicinò, parlò sottovoce. Un uomo al fianco di "Tito" fu fatto inoltrare nell'accampamento. Avanzò tenendo le mani nelle tasche di un grande giubbotto di pelle. Sorrideva guardando tutti noi che lo fissavamo con occhi interroganti.

Lo riconobbi subito: era il compagno Ciro Fabbroni. Gli avevo steso la mano e stavo commettendo l'imprudenza di chiamarlo per nome, quando sentii le mie dita strette dalla sua mano forte che mi costrinsero a guardarlo negli occhi, e disse ad alta voce: “Mi chiamo Marcello”.

Il Comandante lo presentò ai compagni e per alcuni giorni "Marcello" rimase sul Monte Giovi. Non tutti compresero la grande missione che egli portava a termine.

Gli alleati si eran decisi a mandare le armi automatiche. "Marcello" aveva portato a noi la parola d'ordine per intercettare il lancio delle armi, e si era con noi accordato sul luogo del lancio stesso e le modalità da comunicare nell'Italia libera affiché l'aereo non dovesse sbagliare: la vasta pianura a sud dei "Prati Novi", sulle alture del Monte Giovi, doveva essere il campo del lancio. Tre grandi fuochi a treppiede avrebbero indicato il luogo, e tre razzi: rosso-rosso-verde, dovevano rassicurare il pilota che noi eravamo ad attendere.

La parola d'ordine positiva era Le foglie volano e la negativa Le foglie non volano.

"Marcello" ci lasciò e per il nostro gruppo succedettero giorni di ansia.
Radio Londra, che ascoltavamo col respiro strozzato in gola ci deluse per ben sette giorni, ma poi … ecco il grande avvenimento. Il Comandante, "Schillo", "Gambero" e "Ugo" hanno gli orecchi tesi. Già molte parole d'ordine erano volate ai partigiani di tutta l'Italia ed ecco la nostra: Le foglie volano.

Era notte, la neve alta; soto le tende già molti compagni dormivano.

Sveglia per tutti; “Le foglie volano, le foglie volano” ripetevano con gioia incredibile, correndo tutti i posti che il piano per la raccolta aveva stabilito. Mezz'ora più tardi, l'accampamento era sprofondato nel silenzio e noi eravamo saliti nella piana del lancio. La notte era profonda, ma il grande manto di neve riluceva e ci aiutava; i tre grossi fuochi furono accesi e tutti tacevamo tenendo gli orecchi. I minimi rumori ci facevano sobbalzare, cento e cento volte fummo per gridare: “Eccolo, eccolo”.

Solo nel cuore della notte, quando il freddo ci faceva ballare come marionette, udimmo giungere da lontano un brusio sordo, che si avvicinava … e si avvicinò presto, distinto, nel cielo cupo. I fuochi furono ravvivati … ed il brusio divenne rombo distinto; presto il nostro primo razzo guizzò nell'aria … l'attesa si era fatta spasmodica, i nostri occhi si cacciavano nel cielo ad individuare l'aereo che aveva risposto al segnale … e nell'area sfrecciarono gli altri razzi … poi, presto, l'aereo fu sopra a noi, rispose ancora, poi parve allontanarsi, ma un minuto dopo, eccolo, col suo rombo assordante, bassissimo, sfiorava quasi le cime degli abeti, con la sua meravigliosa sagoma che si stagliò nel cielo grigio … una ventata, sopra il nostro capo ed un suono nuovo, sibilante. Ed ecco nel cielo aprirsi i paracadute che posarono nella neve i grossi cilindri pieni di armi automatiche e di pallottole.

Corremmo a raccoglierli strozzando in gola le nostre grida di gioia; e gioioso fu l'ultimo nostro razzo rosso che lanciammo nel cielo come una folgore.

E la gioia di quell'avvenimento ci pervase incontrastata fino al giorno 5 marzo quando ci raggiunse la triste notizia che il compagno "Marcello" era caduto, tradito dalle spie, in Firenze.

Egli doveva tornare da noi … e noi demmo il suo nome "Ciro Fabbroni" ad una nuova formazione.

Un Partigiano


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